La prima volta che ho sentito parlare del consumatore verde è stata al liceo mentre guardavo una trasmissione televisiva. Durante l’intervista, questo signore Belga di mezz’età  si definiva un low impact man in quanto ogni azione della sua vita era finalizzata al più basso consumo energetico possibile e se alcuni accorgimenti cominciavano ad essere comuni in quegli anni (inizio anni 2000) altri mi sorpresero non poco. Per esempio spegnere il forno prima per utilizzarne il calore rimasto, usare buste riutilizzabili per la spesa e soprattutto non mangiare carne.

L’inquinamento causato dagli allevamenti intensivi fu una grande sorpresa e ancora oggi è un argomento molto dibattuto perché è l’esempio di quanto le persone con le loro scelte possano aiutare l’ambiente, si può dire che l’essere vegetariani  (o vegani) sia emblema del consumatore verde.

Il ricordo del simpatico low impact man, che si chiama Steven Vromman ed ha un blog con tematiche ovviamente green, mi stimola ad una domanda anzi due: ma se tutti facessimo come lui il mondo sarebbe un posto migliore? La risposta è scontata, assolutamente si. La maggioranza delle persone di propria iniziativa accetterebbero di vivere in questo modo? Certamente no ed è qui il tema centrale della questione.

La società in cui viviamo basata su un consumismo esasperato ci stimola a comportamenti inquinanti e sono in pochi a poter e voler resistere, si potrebbero quasi definire dei green hero. Ci vuole coraggio per rinunciare ai viaggi in aereo e alla carne in tavola, entrambi  molto economici rispetto al passato e quindi allettanti. E poi diciamo la verità, essere green costa. Greta Thumberg quando andò a parlare alle nazioni unite attraversò l’oceano in barca per non prendere l’aereo, sicuramente un atto dimostrativo ammirevole ma poco applicabile alla vita di tutti i giorni. Anche i prodotti biologici a tavola aiutano l’ambiente ma sono più cari e non tutti possono permetterseli mentre non utilizzare la macchina in un paese come l’Italia dove il trasporto pubblico è deficitario in molti casi significa non poter lavorare.

Insomma, nessuno mette in dubbio che i comportamenti individuali siano importanti e da incentivare ma non bastano soprattutto quando nella realtà di tutti i giorni siamo invogliati al consumo di prodotti e servizi spesso molto poco green. La verità è che la questione ambientale è molto complessa e di difficile risoluzione perché richiede un radicale cambiamento nel nostro modello economico partendo dai processi produttivi dei paesi più industrializzati, capite bene che di fronte a questa sfida i tanti Steven Vromman del mondo sono come gocce nell’oceano.

Sono quindi le istituzioni che devono fare il passo più importante e assumere decisioni drastiche per non dire impopolari quando le circostanze lo richiedono. Prendiamo ad esempio il paese più inquinante del mondo, la Cina, responsabile del 28% delle emissioni di Co2. 

Emissioni di Co2 per paese

Recentemente il governo Cinese ha dichiarato di voler raggiungere la carbon neutrality  (emissioni zero) nel 2060,un obbiettivo molto ambizioso se si considera il punto di partenza, basti pensare che il l’Unione Europea come anche il Giappone hanno fissato il medesimo risultato nel 2050. Quindi tutto bene? Non proprio. Il tempo potrebbe non essere sufficiente e non si capisce come si potranno ottenere certi risultati, sempre la Cina ad esempio ha incrementato notevolmente la produzione di energia solare ma nel frattempo continua ad aumentare il proprio consumo di carbone, considerato la fonte energetica più inquinante al mondo. Anche in Europa i sono segnali sono contrastanti. La Norvegia dal 2025 bandirà i motori a scoppio ma ha di recente autorizzato Equinor, la più grande compagnia petrolifera norvegese, allo sfruttamento di un enorme giacimento petrolifero nel mare del Nord da cui si calcola verranno estratti 2 milioni di barili al giorno. 

È di conseguenza comprensibile come spesso riguardo la questione ambientale ci si senta disorientati da tanta incertezza e se da un lato è fisiologico per la complessità della società moderna, dall’altro è evidente come ci sia chi ne trae vantaggio. Non stupisce quindi che molte campagne marketing di aziende altamente inquinanti tendano a responsabilizzare per non dire colpevolizzare i consumatori per i loro comportamenti: “ La Shell sei tu” recitava una famosa pubblicità di qualche anno fa “e se inquini tu possiamo farlo anche noi” quasi si poteva leggere fra le righe. Ma fino a che punto il consumatore può essere ritenuto il principale responsabile? Se invece di scegliere i mezzi pubblici per andare a lavorare faccio un bel pieno all’auto mettendoci la metà del tempo, sono io il colpevole? O forse è la società in cui vivo che mi spinge a fare certe scelte? È impensabile e poco credibile che la maggior parte delle persone si trasformi in tanti green heroes disposti a tutto pur di non inquinare, ma fa molto comodo pensarla  così. L’eccessiva responsabilizzazione difatti è uno dei metodi più efficaci del greenwasching , ovvero una forma di marketing che tende a dare un’immagine ecosostenibile nascondendo realtà molto inquinanti. Un esempio nostrano è senza dubbio ENI, colosso energetico che da tempo propone il ritornello “ENI + Giulia o + Marco ,ecc … è meglio di ENI” per farci sentire coinvolti nella presunta svolta green quando poi, secondo Greenpeace, da sola è responsabile di più emissioni di Co2 dell’Italia intera e che nel proprio piano strategico 2023-2050 punta decisamente sul gas fossile mentre pochi investimenti sono lasciati alle rinnovabili.

Il problema di questi atteggiamenti contradditori è che ritarderanno la rivoluzione verde e potremmo quindi non fare in tempo ad impedire l’aumento delle temperature a non più 1,5 gradi, cioè il massimo che ci consentirebbe di non avere effetti sul clima eccessivamente catastrofici. Di conseguenza le azioni politiche devono essere chiare e univoche in modo non solo di avere effetti nel breve periodo ma anche per ispirare fiducia nella popolazione. Ad esempio, come abbiamo accennato la produzione di carne tramite allevamenti intensivi è altamente inquinante e giustamente l’Unione Europea sta pensando ad una tassa per disincentivarne il consumo.

Tralasciando gli aspetti etici, qualche dato per capire il problema: nel 2017 nel mondo sono stati macellati 65 miliardi di animali per una produzione di 323 milioni di tonnellate, se si pensa che nel 1961 le tonnellate erano 70 è evidente che la situazione non è sostenibile e fra l’altro vale la pena ricordare che la produzione massiva di carne rosse ha come conseguenza  un abbassamento della qualità che può generare pericoli per la salute come successo durante l’epidemia di mucca pazza.

Sicuramente ci saranno delle polemiche e le proteste dei produttori ma questa è la classica situazione dove la politica ha il dovere di pensare al bene comune e resistere alle pressioni mentre noi cittadini dobbiamo fare lo sforzo di uscire dalla nostra confort zone ed accettare il cambiamento. 

Non ci sono altre strade possibili, il tempo è finito, non abbiamo un pianeta B e le esplorazioni su Marte procedono a rilento quindi vedete voi. L’unica alternativa al cambiamento è lui e quelli come lui.

Scegliete bene da che parte stare.