Luca Attanasio
Vittorio Iacovacci
Kamate Mundunaenda Alexis
Burhani Abdou Surumwe
Nzabonimpa Ntamakiriro Prince
Maneno Kataghalirwa Reagan
Kibanji Bashekere Eric
Paluku Budoyi Innocent

Questi 8 nomi rappresentano, in ordine cronologico, le ultime 8 vittime della polveriera del Parco dei Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo.
I primi 2 purtroppo li abbiamo ben presenti, trattandosi dell’ambasciatore italiano in Congo e di un carabiniere italiano della sua scorta uccisi poche settimane fa da un gruppo di miliziani armati ancora senza identità.
Gli ultimi 6 invece sono solo gli ultimi ranger uccisi lo scorso gennaio mentre, come ogni giorno, proteggevano il Parco e i suoi abitanti più famosi, i grandi gorilla di montagna.

8 nomi tragicamente legati pertanto a un’area della grande giungla africana di cui poco si conosce e su cui invece si farebbe bene a documentarsi, perché quello che sta accadendo nel Virunga è un po’ anche metafora di come l’avidità e la brama di possesso di breve periodo guidino le scelte umane contro il futuro, contro la natura e contro i nostri stessi simili.

I grandi gorilla di montagna rappresentano pertanto, metaforicamente, l’ultimo baluardo, l’ultima icona cui dobbiamo guardare per invertire questa folle corsa verso la nostra auto-distruzione.

Il parco

Fondato nel 1925, il Parco Virunga è patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1979, un’area protetta che si estende per oltre 7.769 chilometri quadrati ai piedi del vulcano Nyiragongo.
Ricco di montagne e foreste spettacolari, nel cuore della regione dei Grandi Laghi, ospita più specie di uccelli, rettili e mammiferi di qualsiasi altra area protetta del continente africano.
Luogo unico per la ricchezza della sua biodiversità (ospita importanti popolazioni di elefanti, ippopotami, okapi e scimpanzé), è l’area protetta più antica e biologicamente diversificata dell’Africa oltre appunto ad essere famoso in tutto il mondo per i suoi ospiti più illustri, ovvero le ultime specie esistenti di gorilla di montagna.

Più recentemente è diventata la nuova casa di circa 580 elefanti della savana africana, grazie ai recenti e critici sforzi di conservazione del Parco nella sua savana centrale.
Questi elefanti stanno rimodellando il paesaggio, combattendo le piante invasive e trasformandolo di nuovo in una prateria, e consentendo così il ritorno di pascolatori e altre specie selvatiche assenti dal parco negli ultimi due decenni.

Le cause della violenza

Da oltre 2 decenni purtroppo questa gemma naturale è diventata una vera e propria polveriera al centro di una regione storicamente instabile, al confine con il Ruanda, già teatro della cosiddetta grande guerra africana (1998 – 2003); nel corso degli anni diversi gruppi armati congolesi, ruandesi e ugandesi si sono fronteggiati e si fronteggiano tuttora per il controllo delle risorse naturali del Parco, sfruttando la cronica ingovernabilità della zona, una delle più povere e densamente popolate dell’Africa seppur ricca di risorse naturali che fanno gola a tanti.

Tra queste, solo per citare le più importanti:

  • il saccheggio delle foreste in carbone di legna (che ha un valore annuo di circa 27,5 milioni di euro);
  • il contrabbando delle zanne d’avorio di elefante;
  • le tasse percepite illegalmente dai gruppi armati, imposte ai pescatori sulle sponde del Lago Eduardo (ogni settimana circa 2.000 piroghe pagano ai miliziani 5 euro in cambio della loro circolazione);
  • il controllo delle risorse naturali e minerarie;
  • il rapimento dei dipendenti delle Ong internazionali, di poveri contadini e di preti per richiedere un riscatto
I ranger e il tributo versato al parco

Essendo diventata sempre più insicuro, il Parco è sorvegliato da circa 800 ranger armati e dal 2016 la nazionale numero 2, la principale strada che lo attraversa (su cui è stato assassinato il nostro ambasciatore), si può percorrere soltanto sotto scorta.
Nel corso degli anni le guardie ambientali sono diventate via via veri e propri soldati incaricati di proteggere anche i civili, ma evidentemente non basta.

Secondo un bilancio diffuso dalle stesse autorità del parco, negli ultimi 25 anni almeno 200 ranger sono stati uccisi al suo interno durante il servizio da milizie di varia appartenenza per difendere animali e civili.
Un pesante bilancio, che fa del Virunga l’area naturale protetta che ha pagato il più alto tributo di sangue al mondo proprio per la sua tutela.

Unisciti anche tu alla lotta per proteggere il parco!

Gli elefanti, i gorilla, gli altri animali selvatici e i ranger hanno bisogno del tuo aiuto!
Supporta anche tu assieme a noi il Virunga Fund, e unisciti alla lotta per proteggere il Parco nazionale dei Virunga!
Sinora, più di 200 ranger sono stati uccisi per proteggere il Parco dei Virunga e le comunità circostanti: il più alto tasso di mortalità per qualsiasi area protetta sulla terra.

La recrudescenza degli attacchi violenti e le uccisioni del personale del Parco hanno lasciato il Parco in una situazione enormemente difficile da affrontare nel nuovo anno.
La protezione di un Parco nazionale in una regione flagellata da decenni di conflitti è diventata ancora più difficile con le successive problematiche dell’epidemia di Ebola del 2018-19 e ora della pandemia di COVID-19 del 2020-21, aggravata dalla continua perdita di tutte le risorse del turismo a partire dal marzo dello scorso anno.
Nonostante tutto, i ranger del Parco dei Virunga rimangono la prima linea di difesa nel garantire la sopravvivenza a lungo termine del Parco e salvaguardare così uno degli ultimi luoghi di biodiversità rimasti sul pianeta per le generazioni future.

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